50 anni. E (purtroppo) sentirli tutti. Le candeline oggi si spengono per l’Earth Day, la Giornata della Terra, che il 22 aprile compie 50 anni. Un compleanno strano quello del 2020, diverso, un po’ come quelli che stanno vivendo tanti di noi: in lockdown per l’epidemia del COVID-19. E magari con le temperature primaverili che aumentano e il sole che scalda la faccia. Che sia Madre Terra a mandarci dei segnali? Che sia davvero (finalmente) arrivato il momento di occuparsi e preoccuparsi del nostro pianeta? Andiamo con ordine e vediamo come agire per la Natura possa avere risultati positivi sulla nostra psiche.

Cos’è l’Earth Day?

Voluto nel 1962 dal presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy e poi dal senatore Gaylord Nelson che, ispirato dai migliaia di studenti che manifestavano contro la guerra in Vietnam, capì per rivoluzionare il movimento ambientalista non ci voleva altro che una grande manifestazione ambientale a livello nazionale. Da quella data, il 22 aprile (un mese e un giorno dopo l’inizio della Primavera) 1970, per fortuna un pochino di strada è stata fatta, tra attività e conferenze dedicate ai temi ambientali, ma c’è ancora molto per cui rimboccarsi le maniche.

Perché è importante?

E’ ormai ben approvato dalla comunità scientifica e non solo che ci sia una stretta relazione tra la salute umana, animale e ambientale. Madre Natura predilige l’armonia tra i suoi elementi ed è sempre più chiaro invece che le modifiche apportate dall’uomo, le azioni che modificano la biodiversità naturalmente presente sul suolo terrestre (come la deforestazione, il cambiamento di destinazione dei terreni, l’intensificazione dell’agricoltura e della produzione zootecnica o il crescente commercio illegale di animali selvatici) siano responsabili del cambiamento climatico e della crisi che ne consegue e probabilmente l’impatto visibile e positivo di queste settimane – miglioramento della qualità dell’aria e riduzione delle emissioni di gas a effetto serra – è solo temporaneo.

Cosa posso fare io?

Come spesso accade, successivamente ad una crisi economica, alla ripresa corrisponde un aumento dei gas serra: la politica sposta momentaneamente l’attenzione dal clima perché all’ordine del giorno vengono inseriti argomenti (apparentemente) più contingenti. I diversi stati emotivi, come sentirsi spaventati, tristi, depressi, arrabbiati, frustrati a causa dei cambiamenti climatici, sono normali e non sono altro che i veicoli delle risposte comportamentali dannose per il pianeta. La sofferenza emotiva insieme al senso di impotenza spesso portano a minimizzare i cambiamenti climatici, evitare di pensare al problema o essere scettici di fronte alle evidenze scientifiche. Se da una parte così facendo ci difendiamo dall’angoscia derivante dalla constatazione della salute precaria della Terra, dall’altra, bloccano la messa in atto di qualsiasi nostro comportamento pro-ambiente. Dunque, oggi più che mai, nonostante il periodo drammatico che stiamo vivendo, dovremmo festeggiare i primi 50 anni dell’Earth Day senza dimenticare la crisi ambientale, ma anzi costruendo per il futuro che sta arrivando. Essere ottimisti, dividere gli obiettivi più grandi in piccoli passi più semplici da raggiungere e, soprattutto, ricordarsi ognuno di noi può fare la differenza. Think global, act local. Pensa globale, agisci locale.